Dove vogliamo andare: burnout o crescita?

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I due anni di pandemia hanno portato un numero consistente di lavoratori (3,6 milioni di dipendenti pubblici, ed almeno pari numero di dipendenti privati) a sperimentare nuove forme di partecipazione alla vita professionale, mediante il lavoro agile.

In questa modalità certamente più Smart, ciascun dipendente ha avuto modo di bilanciare gli aspetti del lavoro coniugandoli con il rapporto familiare, ottimizzando l’utilizzo del tempo, con maggiore efficacia ed efficienza, ed utilizzando al massimo gli strumenti digitali.

Il ritorno al passato si presenta come una enorme costrizione per tutti coloro che hanno avuto modo di giocare responsabilmente il proprio ruolo, nello Stato o in azienda. Una nuova forma di governo dei progetti, il Cooperative Management, ha preso piede, trasformando il rapporto tra responsabili e collaboratori. Non c’è dunque da stupirsi se un’ondata di dimissioni stia per coinvolgere un gruppo consistente di persone: non si può tornare a gestire i professionisti come degli adolescenti, dove i limiti (temporali ed economici) sono alla base del rapporto di lavoro.

E dunque… non si tratta di “burnout” post-traumatico, come qualcuno vuole sottolineare, ma di una vera e propria presa di coscienza della dimensione umana rispetto al lavoro, posizionando le aspettative dei dipendenti ad un livello superiore nella piramide di Maslow.

Come aziende siamo pronti ad affrontare questa sfida o siamo disposti a perdere parte del knowhow aziendale?

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